John Giorno
The performative word
Bologna, MAMbo
fino al 3.05.2026
Per John Giorno la poesia vive di un incessante movimento , la poesia è azione allo stato puro. Una “disperata vitalità”, per dirla con Pasolini, in altri termini quell’ inesauribile voglia di vivere della generazione beat. Allora l'appartamento al 222 della Bowery diventa scenario d’eccezione ,nonché centro propulsore, per le sue numerose esperienze di attivismo artistico e sociale. La mostra in corso al MAMbo a Bologna porta un titolo che è una summa sublime del suo lavoro lungo decenni e dà merito delle varie strade radianti che John Giorno ha percorso. Tutte strade che si rincorrono e si fondono in questo viaggio documentario che va dalla scrittura creativa alla performance , dalle installazioni ai nastri magnetici, dall’organizzazione di readings condivisi ai gruppi di supporto e sostegno per i malati di AIDS. È immediato pensare che abbia attraversato più vite in una, toccandogli in sorte di abbracciare e duettare con la vecchia e la nuova controcultura della scena newyorkese. Nato nel ‘32, John Giorno si è dapprima unito alla grande stagione beat per vivere poi appieno quella del punk e post punk, della no wave, di locali storici come il CBGB. Quanto sia riuscito a collegare momenti e movimenti culturali lo testimonia l' allestimento di Nova Convention nel 1978, celebrazione -tributo al grande amico William Burroughs per il suo ritorno nella Grande Mela. In ogni occasione Giorno si dedica con la stessa passione, le stesse accensioni, la stessa decisa volontà a esplorare, a sperimentare. Quella disposizione innanzitutto a scolpire e ad amplificare la parola, espandendola volta volta su tele e superfici o performandola ovunque possibile. Per lui la poesia è una forma d’arte totale e quale che sia l’ involucro prescelto le parole sono entità vuote in cui l’audience si specchia, rintraccia saggezza, scende nella propria interiorità. Poesia-dipinto, lavori su carta, serigrafie, parole puro mantra o slogan pop assoluti; non da meno appaiono le installazioni : parole visualizzate su schermi e accompagnate dalla lettura del poeta. Le cronache raccontano di molti reading poetici improvvisi come incontri improvvisi per strada. Alcune bellissime videoregistrazioni ci restituiscono la forza delle sue letture, in occasioni pubbliche e private. La parola poetica di Giorno non si arrestava mai, avviata com’era a incanalarsi in un flusso continuo mediante la sua voce, come nei testi di altri, come le collaborazioni con musicisti. A effettivo completamento del suo ruolo pubblico di poeta, Giorno concepisce e dà vita al GPS ( Giorno Poetry System) un progetto destinato a lasciare un segno importante nella scena poetica controculturale. Una sezione della mostra è dedicata ai tanti materiali dell' intenso attivismo letterario, come libri ufficiali e opuscoli autogestiti, volantini e fanzine, lettere e foto. E proprio per questa via che si arriva all' altro suo celebre progetto avviato nel 1968, quel Dial-A-Poem straordinario magazzino di voci poetiche da New York e oltre, adesso archivio e testimonianza di grande valore. Nella grande sala centrale del Mambo è stata allestita una lunga serie di telefoni neri vintage da cui ascoltare letture poetiche random, componendo un numero qualsiasi. Fanno da corollario immagini in loop di un giovane John Giorno mentre lavora ai nastri di registrazione, nonché un elenco degli artisti partecipanti che vale come tesoro culturale di voci a fine novecento. Davvero un viaggio dentro il viaggio. Quante esperienze e collaborazioni, fra tutte un filo che le percorre e le connota dall’interno. È la pratica del buddismo tibetano, un altro viaggio stavolta spirituale percorso dal poeta e fondamentalmente parallelo alle altre vicissitudini. Meditazione, sutra e quotidianeità che lo portano alla pausa, al silenzio. “Pay attention to the breath” : il respiro è parte fondante nella pratica come si fa elemento immancabile nell’atto poetico performativo. John Giorno è sempre rimasto leale verso sé stesso e verso i valori della controcultura che ha portato avanti e diffuso. È stato testimone a tutto tondo della forza propulsiva che apparteneva a quel movimento, ma anche ne ha curato il passaggio alle generazioni successive. Un passaggio da mantenere ancora oggi sulle sue orme.
Elisabetta Beneforti
Clemen Parrocchetti
Ironia ribelle
Firenze, Palazzo Medici Riccardi
Fino al 6 gennaio 2026
A cura di Stefania Rispoli e Marco Scotini
"Promemoria per un oggetto di cultura femminile"
Il corpo delle donne è terreno di facezie amorose quanto di violenze pubbliche e private. Baci e coltelli, storie vulgate a popolare tristi cronache o dibattiti alti e bassi. Allora è proprio il corpo che si fa luogo deputato per una ineludibile rivendicazione, per il grido centrale nell’opera di Clemen Parrocchetti, artista nonché partecipe nell’attivismo di molte battaglie femministe. Lo testimonia in modo esemplare la mostra Ironia ribelle a Palazzo Medici Riccardi, con l’allestimento di un completo percorso novecentesco. Da note biografiche di un iter programmabile almeno all’apparenza , lei uscirà dai binari istituzionali di questo retroterra verso deviazioni dai tracciati tradizionalisti. Il suo è un femminismo del quotidiano, che parte dagli interni-esterni di vita delle donne per ridisegnare un nuovo immaginario, doverosamente affrancata dagli stilemi patriarcali. Una ricerca radicale in opere efficaci fuori dai bordi, ricerca che indica l’esistenza di nuove grammatiche da esplorare, un nuovo linguaggio da delineare. Dopo una prima produzione figurativa incentrata sull’espressionismo di corpi vistosi, il suo pensiero-visione si svolge con installazioni e ready made, approdato in seguito a grandi arazzi ricamati, fino agli ultimi lavori di pura poesia visiva.
“Passare attraverso rocchetti navette bottoni
Passare attraverso bocche rosse e nere
Passare attraverso anelli e veli di sposa
Passare attraverso nastri di femminilità
Passare attraverso devote medaglie dell’infanzia
Passare attraverso un triangolo rovesciato”
Clemen Parrocchetti fa largo uso di oggetti simbolo, oggetti rituali, oggetti di scarto e recupero. La poetica dell’oggetto-simulacro in dichiarazioni a tutto tondo. Li incolla, li cuce con fil di ferro, li compone in un assetto ne’ casuale ne’ manierato. Al contrario, è il suo modo di offrire una lettura critica del destino femminile in una società composta di archetipi difficili a soccombere. Ecco spille, spagnolette, siringhe monouso, pistole giocattolo, arredi per case di bambola. Ecco gli oggetti-feticcio estremamente funzionali nell’urlo che denuncia.
“Li chiamo oggetti di cultura femminile, sono costruiti con materiali poveri e soffici, uniti a fili spesso lasciati sollevati per esprimere il fermento, la ribellione, qualcosa, che vuole uscire ed espandere, pur essendo ancora prigioniero.”
Tutta la sua opera è dunque un manifesto aperto che corre saldissimo lungo gli anni, lei rimasta in disparte rispetto ai grandi movimenti artistici in quei decenni singolari. Ma è sempre stata ben presente nelle occasioni di dibattito del femminismo italiano, quasi a far contare questo su tutto. Un percorso il suo alieno dai compromessi, alle consolazioni. Propositivo per lei non è il dramma o la drammatizzazione, quanto lo è l’ironia e la sua leggerezza profonda. Clemen Parrocchetti parla per tutte le donne nelle loro esistenze singolari. Non ultimo, vale ricordare il ciclo di ready made dedicato a Ulrike Mainhoff. E vale anche ricordare che il suo lavoro artistico affiancato da un instancabile attivismo non resta confinato nell’altro secolo nell’altro millennio, quando invece è una forte testimonianza da mantenere viva e pulsante.
“Non voglio più essere sfogliata, non voglio più che mi si strappino le ali. Le rivoglio tutte, vibranti di luci e suoni per volare”
Elisabetta Beneforti
CAROL RAMA
UNIQUE MULTIPLES
a cura di Elena Re
Bologna, Villa delle Rose
fino al 30.03.2025
“Lavoro sempre sul vissuto. Sul vissuto anche immaginario. Se ho la forza”
Davvero singolare l’avventura creativa di Carol Rama al confine fra due secoli. C’è un filo rosso lungo il suo percorso, quella tendenza alla sovversione come all’esplicita connotazione sessuale dei suoi lavori, in definitiva una ricerca di immediatezza che non si preoccupa di nessun canone predefinito. “Credo che non esista libertà senza squilibrio. Ma tanto, squilibrati lo siamo abbastanza tutti.” Accade che la sua prima personale nel 1945 alla galleria Faber della natìa Torino viene chiusa per oscenità e nei decenni seguenti le sue apparizioni si fanno rare, pur continuando a lavorare: “Allora mi è successo che l’unico momento in cui riuscivo a cavarmela era mentre lavoravo. Allora ho sempre lavorato. È sempre stato così. perché l’ho messo davanti a tutto. Dirò che l’ho messo davanti all’amore, al desiderio, avanti a tutto.” Sarà negli anni ’90 l’incontro con Franco Masoero, editore-stampatore torinese, a far ripartire una successione di mostre e interventi. Gli Unique Multiples esposti a Villa delle Rose sono realizzati fra il 1993 e il 2005, anni molto importanti per Rama. Per Multipli si intende la riproduzione di un lavoro con piccole variazioni, ma anche le variazioni su uno stesso tema e decisive sono le successioni dei vari soggetti in ogni stanza dell’esposizione. Si tratta di acqueforti, incisioni, lavori su carta che prevedono spesso un tracciato su cui Carol Rama interviene, come vecchi disegni industriali di caldaie o macchine a vapore e ancora architetture antiche o prospettive da manuali. Capita anche di imbattersi in una poesia inviata via fax a firma di Sanguineti, a cui è legata da significativa complicità artistica : “ il mio amico di sempre è Edoardo Sanguineti, la persona più preparata e più libera che conosca.”
Acqua tinta e smalti per unghie sono gli elementi più propriamente pittorici per i suoi interventi, di modo che forme e colori si intagliano fra loro e si impastano conservando al tempo stesso il proprio carattere. In queste opere c’è contenuto e c’è ispirazione, una tecnica accurata coniugata a una splendida dimensione poetica, dove rintracciamo malinconia e rabbia al pari di gioia e ironia. “Ho sempre confuso la sensibilità con l’emotività. Passo a vita ad ascoltarmi per espellere le cose che mi fanno soffrire.” Il mondo di Carol Rama, quel suo potente e irradiante immaginario, è popolato di parti del corpo (mani, piedi, gambe, lingua) al pari di oggetti e mappe. Possiamo dire che tutta la sua opera è una grande mappatura di visioni e pulsioni, opera originata dal “cortocircuito fra interiorità e mondo esterno” – annota la curatrice Elena Re. Non manca la memoria personale o il suo costituirsi come artista senza mediazioni quando afferma “Tutto e niente è autobiografico. Non so chi è, sarà una modella, un’attrice, una fantasia. Scarpe e corona di fiori fanno parte dell’abbigliamento. Sono io che abito la persona che dipingo, e sono io che decido l’arredo.” Carol Rama si esprime senza regole, istintiva e immediata entra e esce da più schemi e questo non per estetica predefinita quanto come esito artistico. Una bellissima e continua esplorazione fra passioni irregolari e un’ altrettanto irregolare visione del mondo alla larga da inutili manierismi. In parallelo a movimenti artistici del suo tempo, Rama ha svolto la sua opera in totale e coraggiosa indipendenza e la mostra Unique Multiples lo testimonia egregiamente.
“Noi non abbiamo mai un’idea sola, almeno io. Ne ho tante accavallate. Invece nei quadri lo posso fare. Ho iniziato a mettere degli oggetti, delle pezze, degli stracci, e poi ho cominciato a scegliere le camere d’aria, perché mi erano anche familiari. Io ho sempre lavorato d’istinto, come adesso.”
Elisabetta Beneforti
In Visita. Maria Lai
Palazzo de’ Rossi
Pistoia
22 settembre 2024 – 23 febbraio 2025
Catalogo a cura di Monica Preti e Annamaria Iacuzzi
Con un testo critico di Francesco Tedeschi
“ ascoltavo il silenzio.
Mi sembrava bellissimo “
Per la grande artista Maria Lai la vita è aprire in successione una serie di porte con il fine di scoprire cosa c’è oltre, una posizione decisamente estetica di movimento e ricerca. Sempre legata a storia e tradizioni della sua terra, la Sardegna, sceglie di vivere temporaneamente anche in altre città, le continentali Roma e Venezia fra tutte, lungo il filo fecondo di scambio e conoscenza con esperienze artistiche plurime: gli studi accademici di scultura, il figurativo negli anni giovanili, i nuovi linguaggi dell’arte nei ’60 come Informale, Arte Povera, ready-made. Sono frequentazioni e amicizie che espandono la sua visione artistica per farla approdare finalmente alla sua personale poetica. Afferma Maria Lai che “essere è tessere”, dedicando ai suoi lavori più materiali – dalla stoffa al velluto, dal legno allo spago, dalle tempere al filo. Nascono opere naturalmente definite ‘tessili’, dove la trama e l’ordito sono la tecnica combinatoria a rappresentanza della sua visione nonché percezione del mondo.
Nel progetto In Visita a Palazzo de’ Rossi, apprezzabile dialogo fra opere del Novecento italiano e internazionale, incontriamo “ Senza titolo (Geografia)”. Questo lavoro emblematico del percorso di Maria Lai è accompagnato da una traccia audio con la voce dell’artista, traccia suggestiva dal video Documenti. Il viaggiatore astrale.2008-2009. Gli intarsi e gli intrecci fra tessuti vogliono qui raccontare di pianeti e assetti astrali, mappe imprescindibili per viaggi e esplorazioni. Cielo e terra rimangono trapuntati in elementi geometrici, quanto il finito e l’infinito si incontrano e si scontrano. Per Maria Lai “Come il razzo spaziale, l’uomo è un artificio nella natura, destinato a raggiungere l’infinito. Anche se spesso ricade sulla Terra dove si sente più al sicuro.” Le eventuali discontinuità fra fili e tessuti ci ricordano le crisi del nostro fragile mondo, quelle frane che storicamente riguardano il pianeta. In questo lavoro degli anni ‘80 come in tutta la produzione di Maria Lai vive il mito femminile della tessitura, laddove proprio nella tessitura del filo risiede il simbolo della vita e della conoscenza. Si ritorna alle tradizioni ancestrali della sua Sardegna, intimo legame con la natura e la terra madre che ritroviamo nei “Telai” (affascinante l’intreccio tra pittura e scultura) e nella performance “Legarsi alla montagna” (prima opera di Arte Relazionale in Italia). Occorre sempre legare e collegare, perché tessere è significativa operazione di scrittura e racconto.
Elisabetta Beneforti
VERA LUTTER
SPECTACULAR. UN’ESPLORAZIONE DELLA LUCE
Fondazione MAST
Bologna
Fino al 6 gennaio 2024
Il respiro dello sguardo è la prima e immediata impressione tangibile davanti alle fotografie di Vera Lutter. Viaggiamo senza soluzione di continuità fra aeroporti e cantieri, attraverso il nuovo e il vecchio continente: la Battersea Power Station a Londra, la fabbrica della Pepsicola a Long Island, il capannone dello Zeppelin, il radiotelescopio a Effelsberg in Germania. Questi e altri temi ricorrenti si trovano dentro e fuori dal tempo, riprodotti in stupefacenti foto di grandi dimensioni che non sono il risultato di ingrandimenti bensì il prodotto di un’estetica ben definita. Guardare questi lavori (tutti provenienti da collezioni private) è visitare delle opere nate con la tecnica antica dell’arte fotografica, un ritorno affascinante alle sue origini, come fosse un’archeologia modernizzata. Di assolutamente contemporaneo sono i soggetti interessati, quelle grandi infrastrutture riguardanti viaggi e trasporti tanto affini al processo di lavoro della Lutter. In entrambi i casi è implicita una serie importante di attraversamenti. Di antico è il processo scelto con l’ausilio di grandi camere oscure -il luogo deputato per l’attraversamento e la creazione!- ottenute dal recupero di container marittimi, in seguito modificati per il nuovo utilizzo artistico. Attraverso il foro stenopeico in una delle pareti la luce percorre la camera oscura e colpisce la carta sensibile. Un’affollata corsa di fotoni produce l’immagine e le idee si trasformano in fenomeni, in parallelo con il dispositivo fotografico che si è fatto architettura, spazio abitabile. I tempi di posa si prolungano inevitabilmente da qualche giorno a settimane intere, determinando spesso contorni spettrali e tracce eteree nei soggetti. Nell’imponenza dell’infrastruttura non si perdono tuttavia i minimi particolari in essa contenuti, è proprio in questi continui rimandi che lo sguardo si smarrisce e si ritrova come in un gioco con l’opera. C’è ancora un ulteriore motivo di fascinazione in queste fotografie spettacolari: ci troviamo di fronte a immagini in negativo, protagonista assoluto con il suo trasporre le luci in ombre e viceversa. Vera Lutter ci consegna il mondo come in un sogno lattiginoso, all’interno del quale viene scartato ciò che si muove velocemente, dunque una fotografia che per sua natura risulta l’opposto dell’istante decisivo. Aggiungiamo anche non riproducibile, in quanto i lavori della Lutter sono pezzi unici che non possono essere ristampati. Spettacolari e poetici.
Elisabetta Beneforti