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CAROLINA  ANNA  FALBO

 

 

Carolina Anna Falbo, La distrazione che ci rende dissimili, prefazione di Dario Voltolini, Controluna, 2025

 

 

Le due forze di Carolina

 

Se ci fosse solo la forza centripeta, l’oggetto volante cadrebbe al suolo sfracellandosi e lasciando un cratere immobile. Se ci fosse solo la forza centrifuga, l’oggetto volante sarebbe presto perduto nelle sterili e ghiacciate lontananze. Se le forze sono attive entrambe e nessuna delle due supera l’altra, l’oggetto volante può ruotare senza fine intorno all’altra massa, esiste un’orbita, un sistema.

Io penso che nei testi di Carolina Falbo le forze siano presenti entrambe.

Una tira verso il marasma, l’indifferenziato, il caos, la baraonda e la confusione. L’altra lancia istanze nel vuoto della libertà assoluta, nelle astrazioni di un ordine rarefatto, nella pulizia della solitudine, nella purezza dell’assenza di relazioni.

Il suo verso libero a volte cede alla rima; le sue frasi nominali, nell’assenza spietata di pronomi e anche di articoli, possono improvvisamente arrestarsi incantate dalle lusinghe di una filastrocca.

Mentre porge al lettore intimi affondi verso la propria sensibilità, Carolina disarticola il senso in modo da lasciarci spesso con una manciata di meri fonemi.

Dura, crudele e fredda verso gli oggetti del suo discorso, eccola intenerirsi sull’andare a capo che crea il verso poetico, facendone un personaggino simpatico: Puntoeaccapo.

La composizione delle due forze presenti nei testi di Carolina rende i testi misteriosi e rarefatti ma, contemporaneamente, misteriosi e densi, cosicché delle due polarità resta come nucleo comune il mistero.

Sono testi che parlano di Carolina e che negano di riferirsi a lei. Sono parole che tra loro si rincorrono (un’assonanza, una similitudine sembrano farle collassare; ma poi non succede nessun collasso, anzi i legami si indeboliscono e sensi, significati, morfologia, fonetica riprendono le proprie libertà) ma non si acchiappano, che si nascondono per essere trovate.

Singolare il testo, singolare l’esperienza della sua lettura. Il punto centrale sembra essere la massa attorno alla quale le parole orbitano. Non se ne scappano lontano, non le precipitano addosso. Orbitano incessantemente, disegnano uno spazio che svela il luogo di quella massa, ma lo proteggono da qualunque incursione.

Forse la massa è Carolina stessa, la sua intima sensibilità,

il nucleo del suo dolore e del suo piacere. Forse la massa-Carolina è solo uno dei due fuochi dell’orgia ellittica, magari l’altro è occupato da una contro-Carolina che è quanto di più dissimile e però simile a Carolina.

Per orientarci in questa fuga controllata occorrerebbe da parte dell’autrice un’operazione che però le fa ribrezzo, cioè spiegare, inserire in uno sviluppo cronologico o anche solamente logico gli elementi in gioco, suggerire interpretazioni, addirittura farle.

Invece no. Il lettore percepisce che non troverà un centro nel testo, ma proprio perché il testo esiste gravitandogli intorno. Possiamo trovare “La gente che quando ti parla/guarda altrove” e scattare in un’immediata empatia con l’autrice, così come “Il gusto confettato della parola ‘confezione’/risale nei seni paranasali/accendendo compiacimento irriflesso” e demoralizzarci per non saper trovare altro senso fuori dalle assonanze.

Ci viene incontro un “Sono belle le cose che finiscono”, semplice, cristallino, struggente, ma poi un “Le parole – nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia della permissività – si riempivano di permesso. Mi accontentavano” ci lasciano a bordo campo ad osservarle mentre giocano tra loro e non con noi (sebbene assai probabilmente giochino anche per noi).

Echi ermetici come “Ho finito per farmi bastare/gli alberi ai lati della strada” mettono in connessione, almeno ipotetica, il vissuto di chi legge e di chi scrive, mentre “Ci divertivamo così/ in diadi su triadi/ ma poi la morale/ preferì la scioltezza/ Abdicai la morale/ nacqui codarda/poi traiettorie ugualmente/ trovai/ tergiversando schiamazzo/ irrorazione” segnano, se la segnano, la reciproca irriducibilità tra chi il testo lo fa e chi ne può disporre.

Le due forze di Carolina fanno orbitare le sue composizioni attorno ai fuochi dell’ellisse.

Noi seguiamo la scia, neppure noi arriveremo a toccare i fuochi, ma non possiamo eludere il movimento che li contiene e dai quali è generato.

 

Dario Voltolini

 

 

 

 

                                Col nostro senso della perdita

 

 

Tutto un contrattempo.

Decidere di incontrarsi e mantenere la distanza.

Distrarre il desiderio.

La piena retorica degli incontri.

Vengo dal passato o da un’anima che non consente volontà.

Infanzia delle azioni.

Retorica denudata.

Respirare è un compromesso.

Buffo muoversi,

siamo sempre guardati.

Occhi di rapace.

È questa la conoscenza?

Forse è di polvere di galassia la materia corporea pesante

che non decifro, perché è un prodigio e io no.

Un blu, un pianto, una fortissima purezza bambina.

Non si vorrebbe (mai) perdere l’immagine

così tante volte percepita.

Necessariamente amara nella posa del mio aspetto

a pazientare

per imperfezione di pianto.

 

 

 

                                           Dopocena. L’attrito

 

 

Quel singolar modo di non sapere

cosa sia starsi ad aspettare fino a scrivere d’amore.

Osceno sedimento se è la rabbia che mette in movimento.

Lo spazio migliora in assenza di domanda.

 

 

 

 

                                                      Ballata sull’esiguo

 

 

 

Impalcare lo stile

è ballata sull’esiguo.

Il nerbo dell’idea e il fiacco sillabario

non compongono quel vento

lontano dell’amore.

La ballata è su una idea del broccato del passato,

quando stavo nel giardino

del viavai delle signore.

Zie e cugine in patrilinea

a darmi un rammendo,

per operare la sutura tra visione e sentimento.

La sutura sull’esiguo

è tenzone d’utopia.

C’era un sogno sul davanti di un immobile castello:

rocce rosse, spiazzo a terra.

Il maglione resta zitto

sul tamburo del diaframma

e mi avvedo che non mi inganno

a guardarti respirare,

nell’esiguo del momento.

La ballata sull’esiguo è il dolore del petto.

Linea retta e poi linee troppo gonfie,

e la snella mia sorella non aveva quella flemma.

Non mangiava mai ad esempio i dolcetti a colazione.

Fragrante passe-partout.

La ballata sull’esiguo è la bimba in filastrocca.

Lei mi sgrana un occhio osceno.

Io le conto la vergogna

e un frollino di silenzio.

Il cortile va a soqquadro per una fuga di ventre.

Fragrante Parma,

sola, nell’atrio rinsecchito

di uomini e di donne di granito.

L’odore del ragù

esacerba un bruttamore.

Un tumore di memoria

nel paese di mio padre

ti riporta al punto duro da cui muove la radice,

dove muore la radice.

Il quartiere danza.

Il ventre è di bambino.

Ed io allungo il dito

nel punto del tuo occhio.

 

 

 

 

                                                       Ho finito per farmi bastare

 

 

Ho finito per farmi bastare

gli alberi ai lati della strada.

Le fronde e le cose fuori sagoma.

Le corolle piene e la regolarità sistemica dei tronchi.

Il modo di cadenza dell’occhio a lato,

le periferie denuclearizzate.

All’inizio le parole erano nel dettato

del sisma elementare.

Stavano impilate

e io le estraevo.

Qualcuna ricorreva.

L’oggetto erano i mali del mondo,

o i tarli, i vizi capitali

che erano come un elenco telefonico.

Le parole erano all’altezza della testa,

nel dettato semplice di una bambina

dislocata.

Le parole – nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia

della permissività –

si riempivano di permesso.

Mi accontentavano.

Erano in gola, nella cava gutturale

stipate,

livide di sangue.

Adesso le parole sono i tempi addossati,

il sonno ubriaco

dell’estate,

la resistenza,

il tempo, lo sforzo.

Ma queste non sono parole.

Ho imparato a farmi bastare

gli alberi fuori sagoma della strada,

la resistenza affidabile dei lampioni

che marcano la sperdizione,

permutando lo smarrimento con un lampo falso

di falso affidamento.

Bastano i fili di rame,

il contrario dell’inedia,

la misteriosa resistenza del saggiare

governi, reggenze, resistenze,

archi di ponte.

Le parole...

non ci sono più.

 

 

 

 

 

                                                     Puntoeaccapo

 

 

Puntoeaccapo aspetta di sporgere quel tanto che basta

a formare ombra

gittata sul fianco.

Nel vicolo cieco la virgola approda

su un materasso,

perché l’aria è rapina, turbine, vento

lontana da ogni

tassonomia, quantuplicata.

Le significanti sillabe

sono crollate su sé stesse,

per non essersi mai genuflesse

− (una sillaba flessa è trista ironia) –

al dettato assuefatto del vuoto dovere.

Puntoeaccapo non sa

trovare un mestiere

fuori dall’aria

e desidera il santo

che, se lo vuoi, poi si manifesta …

Ma non in particola

o in forma di devozione.

Il santo è l’altro accasato,

l’alterità domata,

lo spazio da fare all’ospite

che son io per me stessa.

Puntoeaccapo interrompe dettati e doveri,

lezioni in aula e interessi a persone.

Compie un’opera di silente setaccio,

e trova uguaglianza

in corteccia blandita

da resina tossica.

Puntoeaccapo diverge.

Non sa quale altro comportamento avere

nell’alfabeto degli Agognati Mestieri.

Santa o puttana, celebre o negletta,

dorme in un’oasi

di esclamativi avvampati,

sotto a una pertica

di miti sfatati.

Tanti puntini … susseguono il miraggio,

Puntoeaccapo sa che ci vuole tanto coraggio,

a muoversi così,

come senza dettato.

 

 

 

                                             Cose che non so raccontare

 

 

 

L’inutilità di raccontare storie

 

 

L’importanza di raccontare

la decomposizione della neve-

il ricorso agli espedienti-

il riporto trionfale per esserci arrivati ‘attraverso una mappa’.

Il mio sentimento dell’a parte-

il mio non partecipare –

i serragli e recinti che vedo, tutt’attorno-

le domesticità-

le disobbedienze, ammansite e no.

La sincerità dei buoni precetti-

gli egoistici vantaggi collaterali delle morali-

l’utilità di alternare i tempi, il mio sguardo

morale –

la salute piena e florida di chi non si adatta

la verginità non ingenua-

la pretesa del disadattato,

chi subisce sé stesso e in definitiva di sé stesso,

di tutte quelle pieghe incoercibili,

è innamorato.

Il sollievo che vado cercando

quando spengo tutte le facce,

sono troppe,

che mi raccordano al dolore.

La parola ‘trash’ che mi s’affaccia all’esposizione,

e la ricaccio indietro perché inadatta.

L’assenza di sesso (nell’anima viandante nel cuore della notte)

i rumori delle 3 –

le nenie dei fantasmi –

il lucore dei morti –

la vera verità di quanta luce vi sia

nello spegnimento della carne –

tutte le storie sull’ora panica delle 3

nel Meridione –

Io che soffro

nel Meridione –

io che non soffro e osservo, a parte –

l’anagramma della segregazione confitto nelle viscere –

il mondo delle maschere –

il corpo e le storie, le cose –

l’utilità di raccontare storie –

il fascino scollato ed extradiegetico dei cristalli

liquidi –

la nicchia dietro l’immagine – io

che non sono immagine –

la necessità

assolutamente vitale di essere antropocentrica

rispetto al prossimo mio –

la parola, cava d’immagine, riportata all’assenza totale

del tasso di condizionabilità.

Il non essere condizionata da immagine violenza inferenza

su una piattaforma (non) social.

La gente che quando ti parla

guarda altrove.

 

 

 

Carolina Anna Falbo nasce Torino e cresce in Calabria. Si è specializzata in Demoetnoantropologia a Roma e ha conseguito un Master in Editoria a Milano. Oggi insegna in un istituto scolastico di Pisa. La distrazione che ci rende dissimili (Controluna 2025) è la sua prima raccolta poetica.

 

 [email protected]

 

 


 

" Pioggia Obliqua una rivista

affermata e prestigiosa."

 " Un grazie di cuore a 

Pioggia Obliqua i cui molti meriti nei riguardi della poesia non saranno mai abbastanza sottolineati."

 

Alessandro Fo

 

 

" Saprà o vorrà ancora la forza accumulata (...) resistere alla forza di omologazione che la tecnologia sembra inevitabilmente portare in seno?(...) Prevedo un lungo periodo di 'agonie', voglio dire di lotta (...) sarà probabilmente quella la forma e la sostanza del poetare che ci aspetta."

 

Mario Luzi

Da un suo scritto per Pioggia Obliqua a proposito

del  'senso di fare  poesia', gennaio 1996

 

 

" Io credo che un pò di silenzio ci faccia bene, c’è un coro di voci “troppo alto”, sgraziato, che ci sommerge, e non mi riferisco solo alla letteratura. In questa specie di “frullato” che siamo costretti ad ascoltare quotidianamente, il valore delle cose si perde.

 

Se c’è un attimo di riflessione, di

silenzio, la parola scritta o detta assume maggiore rigore."

 

 

Antonio Tabucchi

 

Intervista rilasciata a Luigi Oldani e

Elisabetta Beneforti per Pioggia Obliqua 

 

 


" Il sito Pioggia Obliqua mi ha "donato questa nota sul mio libro (...), ma l'intero sito è da seguire."

 " (...) e un ringraziamento per tutto ciò che P.O. fa per il mondo della poesia."

 " (..) E la stima è da me ricambiata verso il vostro prezioso sito!"

 (...) sempre attenti e preziosi gli amici di "Pioggia Obliqua".

 

Bruno Galluccio

 

 

" Un bel luogo d'incontro tra scritture."

 

Matteo Pelliti

 

 


" Non so dire se la bellezza salverà il mondo, come pensava Dostoevskij, ma mi piace pensare che sarà così. In fondo, già Stendahl sosteneva che "la bellezza non è che una promessa di felicità". 

 

Vittoria Franco

per Pioggia Obliqua

 

 

" Agli amici tanto tanto amati di Pioggia Obliqua, poeti invincibili della vita, il mio abbraccio umile e il mio ringraziamento, per mantenere la poesia come unica veritá nel mondo."

 

Daniel Fermani Gonzales

 

 

 

 

" Rivista preziosa, che seguo da tempo."

 

Alfredo Rienzi

 

                 

    

 Nella omonima rivista cartacea 'Pioggia obliqua rivista di letteratura e culture', pubblicata negli anni Novanta, una intervista a
Antonio Tabucchi,
Edoardo Sanguineti,
Mario Luzi. 
Un testo di Valerio Magrelli. 
Mario Luzi, Luigi Baldacci, Patrizia Valduga, Attilio Lolini, Gabriel Cacho Millet, Marco Marchi e Loriano Gonfiantini rispondono
sul senso di fare poesia in quegli anni.
Risposte attualissime.

 

 

 

 

 

 

 

 


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