TEATRODANZA :
intervista a Julie Ann Anzilotti
In conversazione con Julie Ann Anzilotti in occasione dell’uscita del libro di Antonio Calbi Una danza di poesia. Questo pregevole e necessario libro ripercorre il percorso artistico di Anzilotti con la Compagnia Xe, un percorso al cui interno niente è scontato e ogni elemento è creazione libera e autentica. Le produzioni che nascono in questo laboratorio rimangono fuori da stilemi vulgati e consumati, straordinariamente liberi da una certa valenza chiassosa e assordante del sistema teatrale e coreutico. Peso, gravità e leggerezza attraversano un viaggio spazio temporale di pura ricerca, perché la danza è linguaggio in grado di veicolarne altri : quello della poesia come quello della musica, senza tralasciare le arti visive. Tanto il passato quanto il presente di Anzilotti sono scanditi da esperienze e collaborazioni fondanti, con le quali dialoga per comporre un apparato scenico ricco di suggestioni. Il gesto nasce dal coinvolgimento emotivo, il gesto testimonia la complessità del lavoro come pure dei significati sospesi, il gesto racchiude l'esistente e il suo opposto:
“per me la dimensione dell’impalpabile e dell’invisibile è concreta. E mi attrae e affascina molto più della materia quotidiana. Credo nei miracoli e l’invisibile mi è vicino.” (J.A.Anzilotti)
1. Pioggia Obliqua : Partiamo proprio dal titolo di questo libro Una danza di poesia, emblematico per tutta la tua ricerca artistica. La poesia dunque è materia concreta nelle tue coreografie, un dialogo imprescindibile…
Julie Ann Anzilotti: La poesia è sempre stata un elemento molto importante per me come fonte di ispirazione, per cominciare un lavoro come pure per cominciare un laboratorio. Mi sono sempre riferita alla poesia perché è quella che mi risponde e mi completa in un immaginario. Ho amato tanti poeti, ultimamente la Szymborska e la Merini. Precedentemente Dylan Thomas mi aveva molto coinvolto, come pure i Salmi della Bibbia che per me sono come poesie. Per cui sono state varie sfaccettature dell’animo umano nella scrittura poetica che mi hanno dato ispirazione. Penso anche alla Dickinson, a Lowell e Walser. La poesia con il suo linguaggio evocativo , breve e coinciso ma pieno di immagini e di sfumature, è quella che mi è sempre servita per partire. Anche nei miei laboratori alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi a Milano la poesia è molto importante. Ogni volta che dovevo riempire una scheda su cosa lavoravo veniva sempre fuori un poeta da cui partivo. Quindi, sì , la poesia è un mezzo evocativo di ispirazione fondamentale nel mio lavoro.
2. PO : Assistendo ai tuoi spettacoli, si comprende quanto per te la danza sia il linguaggio che ne veicola altri contigui ( non solo poesia, anche musica, arti visive…). Come trasponi scenicamente tutti questi elementi?
J.A.: Si tratta di un processo e non viene da solo. Parto da immagini o da quadri che ho visto oppure da installazioni o da fotografie, in una mostra o in cartoline o da un libro. In questo mi aiuta molto Tiziana Draghi scenografa con cui lavoriamo da tanti anni. Infatti aiuta tanto che l’altro ti conosca, anche se non sempre andiamo d’accordo su tutte le soluzioni. A volte vengono subito, altre volte no e sono necessarie molte prove. Questo riguarda l’impianto scenico che è diventato sempre più essenziale come il movimento è diventato sempre più asciutto, per cui gli elementi che rimangono in scena sono fondamentali. Questo per quanto riguarda l’impianto visivo. Per i costumi è Loretta Mugnai con cui io lavoro da sempre e anche lì c’è una sintonia nel capirsi, nell’ intravedere cosa ho in mente e nel cercare un’unione senza che nessuno rinunci alla sua visione. Io devo anche pensare alla comodità dei ballerini quando si muovono, mentre Loretta pensa anche ai volumi. Comunque c’è sempre un lavoro di confronto e incontro.
3. PO: Possiamo parlare di una sinergia, dunque. Infatti, questo libro raccoglie le testimonianze delle persone con cui lavori e da queste traspare sempre il dato del coinvolgimento emotivo, della tua empatia come coreografa, danzatrice, regista…ci sono rapporti stretti e significativi che connotano un lavoro in comune bello quanto autentico….
J.A.: Indubbiamente, infatti ho grosse difficoltà se devo lavorare con persone con cui non riesco a sentire un rapporto umano e reale, che poi non significa condividere tutto o essere uguali, no assolutamente. Però significa entrare in relazione per costruire insieme, perché c’è un fine c’è uno scopo c’è questa visione che per me ha un senso. E quindi se c’è anche per l’altro, ecco che si costruisce insieme meglio, e si acquista forza. Anche con i danzatori, i musicisti, le donne e gli uomini che lavorano nell’organizzazione, se non riesco ad avere un rapporto io non so lavorare. Lo stesso vale con gli allievi, ho bisogno di sentire questa possibilità di incontro, pur rimanendo ciascuno nella propria specificità.
4. PO: Dunque ogni tuo lavoro è un laboratorio, un costante work in progress..
J.A.: Sì proprio così. Nasce e si costruisce a contatto con le persone con cui lavoro. Lavorare insieme significa anche rispettare l’altro con le sue differenze e difficoltà, confrontarsi e crescere.
5. PO: Adesso hai la Compagnia Xe, stabile al Teatro Niccolini di San Casciano. Ma hai un retroterra ricchissimo di esperienze teatrali e suggestioni culturali. Guardando indietro nel tuo lungo percorso, quali tappe senti come una sorta di pietre miliari indelebili nella tua esperienza coreutica?
J.A.: A volte ho provato a pensarci, a parte quelle evidenti, così vorrei partire ancora prima. Ho avuto un’infanzia particolare e sono sicura che ha inciso. Mio padre è l’ideatore del Parco di Pinocchio a Collodi, quindi sono cresciuta con Pinocchio e con una visione realizzata dal niente. Era un sogno da costruire in un luogo in cui non c’era nulla, coinvolgendo persone di varia provenienza e professione. Lui era amico di molti artisti, soprattutto visivi come scultori e pittori. Anche questo mi ha come abituato a stare in un certo modo con gli altri. Un altro fatto ha inciso molto. Mia madre era americana di origini siciliane, donna fortissima che ha dovuto combattere tanto con tutto quello che ha fatto nell’epoca in cui l’ha fatto. Anche lei un esempio accanto a me, vicino. Facevamo viaggi frequenti negli Stati Uniti a trovare i parenti, e questo porta ad avere una certa elasticità mentale e fisica. Per quanto riguarda le esperienze teatrali comincio con Aldo Rostagno e non posso dimenticarlo, perché l’esperienza della performance teatrale è cominciata con lui. Prima non sapevo neanche cosa fosse, è nata con la mia partecipazione ai suoi lavori. Ma lo spettacolo fondamentale nella mia crescita è stato “Punto di rottura”. Entrai nei Magazzini Criminali in questa occasione per una sostituzione, ma era uno spettacolo straordinario. È stata rilevante la possibilità di farne parte pur molto ingenuamente, dal momento che non avevo assolutamente gli strumenti per leggere quello che avveniva. Semplicemente facevo quello che c’era da fare, era una costruzione e un pull di persone veramente particolare e forte che mi è rimasto come imprinting. A questa esperienza è seguita la nascita di Crollo Nervoso, alla cui creazione partecipai in maniera decisiva. Parco Butterfly, tutta la sua esistenza, è stata significativa perché il gruppo era nostro ed ogni decisione veniva presa insieme a Virgilio Sieni e a Roberta Gelpi . Dopo qualche anno è stato chiaro che per me era importante che in uno spettacolo non ci fosse solo la danza, che invece era diventato interesse primario per Virgilio. Per me ci dovevano essere tutti gli elementi del teatro. Quindi era anche drammaturgia, una parola, una scena, gli oggetti, i costumi. Per questo forse mi sono dedicata al teatrodanza o teatro di movimento. Poi nasce la compagnia Xe, qui ogni spettacolo è stato fondamentale sia come crescita e avanzamento sia come incontri e collaborazioni. Imprescindibile è stato quello con Steven Brown. Poi l’incontro con i danzatori, di grande rilievo quello con Paola Del Cucina, in seguito Paola Bedoni e Giulia Ciani con cui ancora collaboro ed è qualcosa di bellissimo, perché pensi anche a un tramandare a un passare e questa è una grande gioia. Di nuovo, un continuo work in progress.
6. PO : Mi parlavi di tua mamma, una donna coraggiosa e combattiva. Penso alla tua produzione dove troviamo anche il tema dell’identità femminile incentrato sulla figura della ‘donna guerriera’. Questo è un filo rosso che percorre nel tempo tutto il tuo lavoro oppure è stato più precisamente una tappa del percorso?
J.A.: Il discorso della donna guerriera c’è ed è una tematica centrale, anche personalmente. Ho avuto molte difficoltà nell’affermare l’identità femminile non tanto come danzatrice, ma come coreografa. Mi sono sempre trovata in questo mondo in cui sì danzare va bene per una donna, al contrario essere coreografa no, era migliore e più affidabile l’uomo. Una come Pina Bauch, che ho amato e continuo ad amare moltissimo, è stata bravissima in questo mondo. Lo stesso vale per Marta Graham. Due punti di riferimento irrinunciabili. Nel mio piccolo, io l’ho sentita moltissimo questa situazione. In più ero una persona, e lo sono ancora, che va agli appuntamenti di lavoro e se non si sente capita piange, cioè le vengono le lacrime. Questa contingenza delle lacrime mi ha veramente segnato. Ma è diventato anche un punto di forza, vale a dire di avere la possibilità di esprimere i miei sentimenti anche con le lacrime. Erano tutti episodi che mi facevano pensare che dovevo essere ancora più forte e combattiva. Quindi questa ‘donna guerriera’ torna e ritorna. Parte come necessità per stare in piedi e lavorare. Mi sono sempre trovata molto coinvolta nelle storie di tante donne forti o che comunque hanno fatto delle battaglie pazzesche, pur sommessamente. Mi interessava la loro storia, in modo particolare la loro storia personale al di là di quello che poi veniva fatto in maniera più plateale, più leggibile. Ci sono state tante eroine a cui mi sono riferita e ce ne sono ancora. Penso ad esempio ad un libro di Robert Walser, dove in un capitolo si narra di una ballerina principiante. Anche lei è una guerriera per come viene descritta, perché comunque deve lottare per proseguire il suo percorso.
7. PO : Guardando il tuo percorso ci sono sicuramente due elementi molto importanti, quello etico e quello politico…ma c’è anche l’elemento spirituale nei tuoi lavori….
J.A. : Sì certamente ed è forte. L’elemento spirituale è fondamentale. Da quando è nata la Compagnia Xe nel 1991 ad ora c’è stato un cambiamento importante nella mia vita personale, rappresentato dal ritorno a Cristo e questo ha cambiato la mia prospettiva. Quindi per me è davvero molto importante questa relazione fra l’uomo e il divino. Nell’ultimo spettacolo mi sono concentrata proprio sulla tensione dell’uomo verso l’alto. Nello spettacolo Variazioni su Jona avevo preso proprio l’episodio di Jona, che mi aveva molto coinvolto per quest’ aspetto di fragilità dell’uomo. Lui è un profeta, un uomo che doveva essere sicuro invece poi si lascia vincere da cose molto piccole molto umane. Jona non accetta la misericordia di Dio nei confronti dei peccatori, e scappa lontano. Quando viene ingoiato dal pesce e poi vomitato sulla spiaggia, il Signore gli fa vedere questa sua piccolezza con la nascita della pianta del ricino. Jona vedendo il ricino si commuove alla vista della pianta e questo mi faceva venire in mente come noi ci commuoviamo effettivamente con delle immagini di paesaggio della natura, ma forse ci commuove meno la sofferenza delle persone accanto a noi. In seguito, quando questo ricino si secca, Jona si dispera e piange. Il Signore gli dice: “ ma come tu ti commuovi e ti dispiace per una pianta che è cresciuta in una notte mentre tu non hai fatto niente per lei, come io non potrei non avere compassione per la grande città di Ninive dove vivono migliaia di abitanti…La storia contenuta in questo brano era stata molto illuminante e avevo voluto lavorarci. In un’altra occasione avevo lavorato sulla figura di Zaccheo che sale in alto per vedere passare il Cristo, anche questo mi aveva colpito. Lui piccolo di statura che sale su un sicomoro per poter vedere il passaggio di Gesù…..
8. PO : Quindi c’è questa tensione verticale a cui assistiamo anche nel tuo ultimo spettacolo La terra non può fare a meno del cielo, in cui è tangibile questa tensione terra-cielo. Una tensione forte e spirituale. Ritornando invece ad un piano orizzontale, molto sociale e non soltanto artistico, stai seguendo altri progetti e fra questi ce n’è uno particolarmente importante, il Progetto Personae con la sua dimensione formativa e sociale….quando è nato e come ti muovi al suo interno?
J.A. : Il Progetto Personae nasce nel 2000 dietro richiesta del Comune di San Casciano, che in questo è stato molto lungimirante con un’intuizione notevolissima quando chiese alle tre compagnie residenti (noi eravamo per la danza, poi c’erano Katzenmaker e Arca Azzurra per il teatro) se volevamo lavorare in un laboratorio con dei giovani adulti diversamente abili del territorio. Tutte e tre le compagnie abbiamo accettato e siamo stati felici di questa proposta. Solo noi Compagnia Xe in seguito abbiamo continuato negli anni, in primis per un discorso pratico perché le altre due compagnie giravano molto e quindi non potevano assicurare una costanza… ma l’altra questione importante era che noi lavoravamo sul movimento, dunque sul gesto e sulla presenza, al di là della parola che può essere più o meno fluente. Dopo quattro anni siamo andati in scena con un primo piccolo spettacolo con un pubblico scelto. Visto che era andato molto bene, l’anno seguente abbiamo aperto al pubblico e da allora sono nati questi spettacoli con una cadenza di due-tre anni perché richiedono tempi più lunghi di creazione e realizzazione. È un lavoro che viene capito e apprezzato, richiesto da un pubblico sempre più eterogeneo e numeroso. Al momento i nostri spettacoli sono in cartellone nella stagione teatrale del Niccolini di San Casciano e vengono ospitati in rassegne in tutta l’Italia. Abbiamo ricevuto il premio “Anima per il sociale” 2024. Per questo lavoro mi baso su un’interazione assolutamente paritaria fra danzatori disabili e non. L’intreccio, la collaborazione e la condivisione fra loro fanno bene a tutti, altrimenti mi sentirei di creare un luogo a parte.
Intervista a cura di Elisabetta Beneforti