ALESSIA PIZZI
Alessia Pizzi, La poesia non può ferirmi, Eretica Edizioni, 2026
In un tempo dominato dalla velocità, dall'esposizione continua e dalla cultura della prestazione, la raccolta restituisce alla poesia la sua funzione più autentica: diventare uno spazio di contemplazione, ascolto e trasformazione del vissuto.
I testi attraversano amore, perdita, desiderio, memoria e rinascita. Il dolore non viene negato né idealizzato, ma osservato da una distanza che permette alla parola poetica di trasformarlo in esperienza condivisibile. La poesia diventa così insieme conforto ed esorcismo, luogo in cui ciò che è stato può essere raccontato senza continuare a ferire.
L'immaginario della raccolta dialoga costantemente con la tradizione classica. Figure come Saffo, Medea, Dafne, Narciso e Omero convivono con la contemporaneità, creando un ponte tra memoria culturale e sensibilità presente. Accanto ai riferimenti mitologici e letterari emergono temi profondamente attuali: la fragilità delle relazioni, la costruzione dell'identità femminile, il corpo, il desiderio, la perdita e il bisogno di trovare un linguaggio per nominare ciò che resta.
La raccolta non si limita alla dimensione privata dell'esperienza amorosa. In testi come Giulia, dedicato a Giulia Cecchettin, la parola poetica si apre alla dimensione civile, interrogando il rapporto tra memoria, violenza e rappresentazione femminile. Il dialogo con la tradizione classica diventa così uno strumento per leggere il presente e le sue ferite.
Tra i testi più rappresentativi della raccolta figurano Ladra di tempo, scelta anche per la copertina del volume, Fantasmi dell'universo, Serva d'amore, Disarmata e Bambine mie, poesie che mostrano le diverse sfumature della scrittura di Alessia Pizzi: dalla riflessione intima alla tensione civile, dall'eros alla memoria, fino alla ricerca di una voce femminile consapevole e autonoma.
GIULIA
Omero, dov’è finita l’aurora dalle dita di rosa?
Tramonta una giovane stella
che non risalirà l’orizzonte
domattina.
“La cosa più bella è quella che si ama”,
– diceva Saffo –
ma sulla terra nera, nel nome
indebito dell’amore
la cosa più bella oggi è quella che
si uccide.
1. Ladra di tempo
Ti ho visto arrivare
ladro di tempo
la mattina in cui non ti ho mai cercato.
Ti ho visto entrare
ed era già tardi, troppo tardi, per chiudere a chiave.
Ti ho visto spogliare
il mio scheletro di bambina
Ti ho visto dare
un nome al mio seme di donna.
Potrei dire che mi hai derubata,
ma so quello che ho donato.
Potrei dire che mi hai avvelenata,
ma so quello che ho bevuto.
Che darei per sbagliare di nuovo
la vita giusta in quelle tue braccia,
brinderei con la saliva
leccando ancora l’ultimo istante
io, ladra di tempo, famelica delle
tue maestose briciole.
11. Fantasmi dell’universo
Scoperta la sorgente dei neutrini cosmici
E penso al tuo pene nella sua vagina
Messaggeri nello spazio
E penso al tuo pene nella sua vagina
Fantasmi dell’universo
E penso al tuo pene nella sua vagina
Si tratta di particelle originate da un buco nero in una
galassia che dista 4,5 miliardi di anni luce dalla Terra.
È una grande scoperta, come il tuo pene
nella sua vagina.
Cambierà le sorti dell’astrofisica,
non come il tuo pene nella sua vagina.
Squallido e arrabbiato, irrilevante
e io sono qui a pensare al tuo pene
nella sua vagina.
Sprofondo nella mia insicurezza
è un vortice di paura
che affoga la mia mente,
labile mente.
32. Serva d’amore
Un cuore di ghiaccio si scioglie
anche col sole d’inverno: con te trovo la pace,
sono Marte che pende dalle labbra di Venere.
La battaglia è solo dentro di me
che fremo ad ogni distanza: solo te dentro,
sento che ti muovi e scavi come un tarlo.
Impazzita serva d’amore
io mi sento solo incapace: come si ama
quest’uomo, c’è un manuale da studiare?
Fuori tutto è armistizio,
devo solo accettarlo: la guerra è altrove,
lontana dai nostri respiri affannati.
35. Disarmata
Volevo così forte amare
che non ho guardato:
sferrato il tuo attacco
sono caduta a terra
in silenzio come mai
e anche la morte era
un errore per te.
Io nemica improvvisata
o sempre velatamente
temuta nel letto
tenuta tra le tue braccia,
serpe in seno del desiderio:
mi scacci ora che hai morso
il frutto del piacere e io
ho sputato quello
dell’amore.
Non voglio difendermi da te:
la mia è una resa d’amore
o di stanchezza?
Alzo le mani coi vetri in bocca
seduta sul mio cuore,
schiacciata dalle tue parole
d’ortica. Solo il gatto mi
consola, estraneo salvatore.
38. Bambine mie
Se potessi
senza sembrare pazza
io vi abbraccerei tutte.
Se potessi
vi proteggerei
da quelle brutte idee
del mondo, prive di poesia,
così crude.
Lezioni inevitabili che vi
renderanno donne perché
siete già nate femmine
e io vi vedo come me:
bambina, cosi piccola,
ingenua, col cuore da
lanciare.
E l’ho lanciato.
Ha fatto molto male,
ma poi è tornato.
Alessia Pizzi è filologa classica, giornalista e consulente di digital marketing. Il suo lavoro si sviluppa all'incrocio tra cultura, letteratura e comunicazione digitale.
Dai suoi studi sulle scritture femminili nasce poetessedonne.it, il primo sito italiano dedicato al censimento delle poetesse assenti dai libri di scuola. Ha pubblicato il corto teatrale Qualcuno si ricorderà di noi, in cui Google risveglia tre poetesse dimenticate dalla storia con l'aiuto di Saffo, e la silloge Poesie sul tavolo, successivamente tradotta anche in lingua rumena.
GABRIELLA MUSETTI
Una scelta di poesie edite da
Un buon uso della vita , Samuele editore 2021
Sylvia Plath
le donne che non mettono la testa
nel forno
sono tutte matte tutte ad aspettare
che qualcosa cambi – cambi l’amore
l’umore perfino il destino
che proprio un mattino si desti
un destriero di luce
che le porti via
lontano da questo mondo ombroso
da questo mondo tondo e spietato
senza empatia
Amelia Rosselli
le donne che non volano dal balcone
giù nella chiostrina
trovano dentro la forza
di aspettare
la cantilena delle voci matte
mezzo sentite
mezzo immaginate
nel vortice del vivere distratte
lei era morta
nel giardino vicino a casa
quattr’ossa rinsecchite
una vocetta acuta
portava a spasso
il cane
seduta su una panchina
sola a godersi il sole
anche lei è morta di mattina
facendosi il caffè
presso l’acquaio di cucina
l’hanno trovata
riversa a terra – sola
e sola è rimasta
se n’è andata
senza una parola
era morta davanti allo specchio
mentre si truccava per uscire
un occhio spalancato uno chiuso
a tirare la linea sulla palpebra
la traccia l’attesa la sorpresa
ciò che vide nell’orbita spenta
era denso e molle come placenta
INTRODUZIONE A Un buon uso della vita
DI CHIARA ZAMBONI
Le donne per strada camminano veloci in una direzione o in un’altra, affaccendate, sorridenti o serie, con lo sguardo preso da qualcosa. Infinite vite in movimento. Ma verso dove? Quali sono i loro impegni? Com’è la loro esistenza?
Gabriella Musetti le segue con questi suoi brevi testi poetici. La vita offrirebbe molto a queste donne, se colta nel suo lato inaddomesticato, ma l’autrice ci mostra donne che vivono per lo più a caso, irrisolte. Con una vita incerta. Sono affaccendate e prese da tanti impegni – questo sì –, ma la trama della loro vita è sfilacciata e si sfalda perché non c’è un orientamento che le guidi e con il quale esse mostrino un disegno riconoscibile. Come tutti, le donne, nascendo, trovano a caso la loro collocazione nell’esistenza, ma per di più molte hanno continuato anche dopo a muoversi a caso nella vita. Senza economia. Con una grande dispersione.
Di una donna orientata si dice in genere che ha saputo obbedire al proprio talento, alla sua qualità essenziale, che di frequente si mostra alla fine della vita come la trama di un destino a cui lei ha obbedito. Diremmo, affidandoci alla figura dell’Angelo, che un Angelo invisibile l’ha guidata, perché è il suo doppio che l’accompagna prendendola per mano fino alla morte, dove vedrà il proprio autentico volto.
Gabriella Musetti, nel guardare queste donne, non si affida ad immagini così eroiche e destinali, ma vorrebbe che le donne seguissero il coraggio più modesto e terra terra che Emily Dickinson in una lettera, qui citata, descrive. Quello con cui la poetessa è entrata nella foresta della vita, nonostante gli avessero detto del pericolo, e ha incontrato Angeli ritratti e timidi come lei, con i quali provare a fare un percorso assieme.
Una cerniera fondamentale del testo è quella di mettere in controluce le vite di queste donne anonime, segnate da una esistenza a caso, con le vite di donne che hanno invece rifiutato i binari di un’esistenza prescritta, si sono sottratte, in uno dei modi che abbiamo a disposizione e cioè il suicidio. Sono grandi poete quelle a cui il testo qui allude: Virginia Woolf, Marina Cvetaeva, Amelia Rosselli, Ingeborg Bachmann, Antonia Pozzi e alcune altre. Tutte hanno lasciato volontariamente la vita per un rifiuto e troppo dolore. E ciò mette in evidenza quelle che invece, a differenza di queste poete, hanno continuato comunque a vivere in un modo qualsiasi. Non hanno rigettato l’esistenza.
Gabriella Musetti è nata a Genova, è vissuta in molte città italiane ed estere, ora vive a Trieste. Organizza “Residenze Estive”, Incontri internazionali di poesia e scrittura a Trieste e nel Friuli Venezia Giulia. Dirige “Almanacco del Ramo d’Oro, Nuova serie”, semestrale di poesia e cultura. Ha fondato, insieme ad altre, la casa editrice Vita Activa Nuova (www.vaneditrice.it). Collabora a diverse riviste letterarie. É presente in alcuni testi e antologie critiche. Ha scritto libri per la scuola e curato pubblicazioni saggistiche tra cui: Sconfinamenti. Confini passaggi soglie nella scrittura delle donne (2008); Guida sentimentale di Trieste (2014), Dice Alice (2015), Oltre le parole. Scrittrici triestine del primo Novecento (2016). In poesia ha pubblicato alcuni lavori tra cui: Obliquo resta il tempo (Lietocolle 2005); A chi di dovere (La Fenice 2007); Beli Andjeo (Il Ramo d’Oro 2009); Le sorelle (La vita felice 2013); La manutenzione dei sentimenti (Samuele Editore 2015); Un buon uso della vita (Samuele editore 2021).